DETTAGLI DIMENTICATI?

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lunedì, 11 settembre 2017 / Pubblicato il Uncategorized

Le armi oggi ci sono tutte: bravi specialisti, un fondo dedicato e nuovi farmaci sempre più efficaci e semplici da utilizzare. Ma per sconfiggere l’epatite C c’è ancora da lavorare, per raggiungere i pazienti “sommersi” e fornire le terapie a tutti i malati

 

Repubblica.it (21/06/2107). NUOVI farmaci più efficaci e semplici da assumere, nuove linee guida che ampliano l’accesso alle terapie, e un rinnovato impegno delle istituzioni. Sono i traguardi degli ultimi anni che oggi fanno sperare di sconfiggere nei prossimi decenni l’epatite C. Si apre dunque una nuova era nella lotta a questa malattia, ma la strada è ancora lunga. Delle strategie necessarie e dei problemi andranno risolti si è discusso oggi a Roma, durante la conferenza “Curare oltre, insieme: il nuovo volto della lotta all’Hcv”.

Eradicazione. A dettare l’agenda è l’Oms: lo scorso 28 maggio tutti gli stati membri hanno deciso di appoggiare la strategia globale sulle epatiti virali, che mira alla loro eliminazione entro il 2030. Per riuscirci il piano prevede di arrivare a ridurre del 90% i nuovi casi, di trattare l’80% dei pazienti e ridurre del 65% i decessi legati ai virus. “Si tratta di un obbiettivo realistico – ha spiegato Jeffrey Lazarus, esperto di epatite C dell’Università di Copenaghen – lo dimostra il successo che abbiamo avuto con il vaiolo. E il fatto che in quel caso siano passati quasi due secoli dalla scoperta del primo vaccino dimostra che per eradicare queste malattie servono un consenso e una strategia globale”. I nuovi farmaci sono estremamente efficaci, ma come ha sottolinea Lazarus, per essere utili devono raggiungere tutti i pazienti, perché nell’ottica dell’eradicazione i trattamenti sono anche una forma di prevenzione, che impedisce nuovi contagi. In questo senso è estremamente importante la recente apertura dei criteri prescrittivi effettuata in Italia, che ci porta tra i soli quattro paesi europei a somministrare le nuove terapie praticamente senza restrizioni. Ma anche così non è ancora abbastanza.

Infezioni sommerse. Nel mondo si stima che i malati di epatite C siano circa 71 milioni. Di questi, meno di 20 milioni hanno ottenuto una diagnosi, e ancor meno sono in terapia. Un aspetto fondamentale della lotta alla malattia sarà quindi quello di andare a stanare i casi sommersi, per portare i nuovi farmaci a pazienti inconsapevoli, che altrimenti continuerebbero a rappresentare un serbatoio di nuove infezioni. “Per riuscirvi è fondamentale chiarire gli aspetti epidemiologici dell’infezione”, ha raccontato Salvatore Petta, dell’Università di Palermo. “Uno studio del 2015 svolto in cinque grande aree urbane italiane ci fornisce un quadro epidemiologico verosimile: si parla di una prevalenza intorno al 2,3% della popolazione, e un 20% dei malati che non sa di esserlo”. Una ricerca recente della Rete Hcv Sicilia aiuta invece a studiare meglio la tipologia di pazienti: solo il 5% degli infetti esaminati dallo studio risultava di età inferiore ai 40 anni, mentre il 70% aveva più di 60 anni. “I dati ci dicono che uno screening di massa è inutile – ha continuato Petta – quello che serve è un monitoraggio indirizzato alle popolazioni a rischio: presidi nei sert e nelle prigioni, ma anche campagne indirizzate ai soggetti che praticano rapporti sessuali a rischio, ai pazienti che devono sottoporsi a dialisi o trasfusioni frequenti. E per identificare questi pazienti è essenziale il coinvolgimento dei medici di base”.

I farmaci. Fondamentale per raggiungere l’obbiettivo è comunque il ruolo dei nuovi farmaci. E in Italia ci si muove nella direzione giusta: oggi siamo il paese che ha trattato più pazienti per milione di abitanti. E con il recente allargamento dei criteri dell’Aifa l’accesso alle cure dovrebbe accelerare ulteriormente. “Aifa ha annunciato che cureremo 80 mila pazienti l’anno, il doppio di quanto facevamo fino ad oggi”, ha aggiunto Ivan Gardini, Presidente dell’associazione di pazienti EpaC onlus.

“Un obbiettivo importante, ma enunciare un piano eradicazione non basta: i pazienti in trattamento dovrebbero essere raddoppiati, ma i numeri ci dicono che ancora non ci siamo. Per raggiungere le soglie previste servirà un serio impegno della politica e delle regioni, per ridefinire le reti di cura, renderle capillari, e prendere in carico tutti i pazienti già diagnosticati”.

E se gli antivirali ad azione diretta hanno rivoluzionato la lotta alla malattia, una nuova generazione di farmaci è destinata a semplificare ulteriormente il percorso di cura. Un esempio è l’ultimissimo arrivato, la combinazione sofosbuvir più velpatasvir, disponibile da qualche settimana anche nel nostro paese (e rimborsato dal servizio sanitario nazionale). Si tratta di un cosiddetto farmaco pangenotipico – cioè efficace su tutti i genotipi del virus – che per questo diminuisce ulteriormente i tempi di attesa dei pazienti e il numero di test a cui devono essere sottoposti. “Questo nuovo pangenotipico consente al medico di trattare tutti i tipi di pazienti nelle diverse fasi di malattia, con straordinaria efficacia anche in quelli con malattia avanzata”, ha sottolineato Stefano Fagiuoli, Direttore dell’Unità Complessa di Gastroenterologia, Epatologia e Trapiantologia del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. “Ed è inoltre è l’unica terapia che è stata utilizzata con ottimi risultati nei pazienti post trapianto”.

venerdì, 01 settembre 2017 / Pubblicato il Uncategorized

Roma, 21 giu. (AdnKronos Salute) – Per ogni 10 persone con epatite C due ignorano di avere il virus. Le infezioni ‘sommerse’ sono un importante problema da risolvere in vista del’eradicazione, oggi possibile grazie ai nuovi farmaci, dell’epatite C. Per ‘scovare’ i malati nascosti la ricetta si basa su due pilastri: “I medici di famiglia e lo screening sulle popolazioni a rischio”, secondo Salvatore Petta, ricercatore di gastroenterologia all’azienda ospedaliera universitaria Policlinico ‘Paolo Giaccone’ di Palermo, che ha spiegato la strategia nel corso di un confronto dedicato alle terapie innovative contro l’Hcv. “Due recenti indagini epidemiologiche condotte in Italia – ha spiegato Petta all’Adnkronos Salute, a margine dell’incontro organizzato con il supporto di Gilead Sciences – ci hanno fornito una stima affidabile della percentuale delle infezioni da Hcv, che si attesta tra l’1 e il 1,7%. Altro dato importante è che si tratta di un’infezione tipica soprattutto della popolazione anziana, tra i 60 e i 70 anni. Sappiamo, inoltre, che l’80% dei pazienti sono consapevoli della loro malattia, mentre nel 20% dei casi si tratta di sommerso”. Serve far emergere questa ampia fetta di persone che non sanno di avere l’infezione. “Ma uno screening di massa è improponibile”, continua Petta. E’ invece “molto importante – aggiunge – un’intensa collaborazione con i medici di medicina generale, perché possono identificare e segnalare i loro pazienti con infezione nota, ma anche portare a screening quelli con una storia a rischio per Hcv come tossicodipendenza, familiarità per l’infezione, dializzati, trasfusi ecc”. D’altra parte “noi dobbiamo esporci in prima linea per uno screening in popolazioni a rischio, come quelle dei Sert, delle carceri, le persone con comportamenti sessuali a rischio o che si sono sottoposte nei decenni passati a trasfusioni di emoderivati. In questo modo, concentrando le nostre forze su questi due elementi, potremmo far emergere il sommerso, facendo un’azione positiva sia verso il singolo sia verso la popolazione generale”.

 

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